Diario del viaggio ad Atene dal 31 marzo al 4 aprile 2017

DIARIO DI VIAGGIO

Partiamo venerdì 31 marzo alle 16,10 da Orio al Serio e arriviamo ad Atene dopo due ore circa di viaggio, alle 19,35  ora locale. Raggiungiamo in taxi l’albergo Art Gallery , una ex  galleria d’arte abitazione di un collezionista degli anni 40 trasformata in un piccolo accogliente albergo. La strada dell’Eretteo, un po’ in salita, si trova proprio ai piedi dell’Acropoli ed è affiancata da due filari profumatissimi di aranci in fiore.

  via dell’Eretteo

Ci sistemiamo nelle camere e scendiamo subito per trasferirci dalla parte opposta della strada al Mezedòfono, locale che offre mezèdes (stuzzichini vari) e musica dal vivo, per cenare ed incontrare per la prima volta il responsabile e fondatore dell’Ambulatorio Sociale di Vironas , un quartiere popolare di Atene, che abbiamo iniziato a sostenere nel 2016.
Dimitris Souliotis è già piuttosto anziano ma ha un’energia e un carisma davvero invidiabili. Il suo Ambulatorio è in realtà una farmacia sociale che indirizza i pazienti ai medici specialisti, presso il servizio pubblico o presso ambulatori privati e fornisce poi gratuitamente i farmaci secondo la prescrizione medica. Vi lavorano 28 volontari e 108 medici esterni. Visite annue effettuate 18.000. Dal 2011, data della fondazione, l’ambulatorio non ha mai cessato di lavorare e ancora oggi è un punto di riferimento importante per il quartiere.


Dimitris, la moglie e Makis, presidente di Irene

Passiamo una bella serata con canti e musica, Dimitris è commosso e ci abbraccia tutti. Continueremo a sostenere il suo ambulatorio e a mantenere contatti con lui.

VISITA  ALLA EX BASE MILITARE DI ELLENIKO’
Sabato mattina 1° aprile ci spostiamo con la metropolitana ad Ellinikò, quartiere periferico della città, dove avevano sede un aeroporto e una base militare americana ora dismessi. Si tratta di un’area molto vasta (630 ettari) situata in riva al mare e ben collegata col centro di Atene, che è perciò divenuta oggetto di una immensa speculazione edilizia. Il progetto,  che prevede una città per ricchi –  residenze di lusso, alberghi, un ospedale privato, un porto per barche e yacht e perfino un casinò – è già stato approvato e una buona parte parte dei terreni venduti ad un armatore greco per 100 euro a metro quadro(!!), un prezzo ridicolo per quello che gli immobiliaristi chiamano “Il filetto dell’Europa”.
Il cambio d’uso è stato deciso dal parlamento ed è sostenuto dalla nuova giunta municipale, che non è più quella che aveva concesso l’utilizzo degli spazi alle strutture sociali. I movimenti e la rete di solidarietà si oppongono con azioni di resistenza ma il risultato è purtroppo soltanto quello di ritardare l’esproprio.
Nel 2011 la precedente giunta del Comune di Ellenikò (Atene è suddivisa in municipi) aveva concesso una parte degli edifici dismessi all’Ambulatorio Sociale MKIE e ad un Centro Culturale gestito dallo stesso comune. Altre costruzioni furono usate in passato per ospitare i profughi. Una piccola parte dei terreni ospita gli orti urbani di Agros. Acqua, luce e telefono sono per ora a carico del comune. Il futuro però è più che mai incerto.

AMBULATORIO MKIE (Μητροπολιτικό Kοινωνικό Iατρείο Ελληνικού)
    
L’ingresso e la segreteria 

Ci accoglie Maritta Corley, volontaria, insieme alla dottoressa Polixeni Papalexi, responsabile della farmacia, che parla un ottimo italiano. Ha studiato a Bologna e ha vissuto e lavorato per molti anni in Trentino. Ci raggiunge Gianis Marangòs, volontario dentista, fra i fondatori del  MKIE .
Il padre fondatore dell’ambulatorio, il cardiologo Giorgos Vichas, si trova ad Oslo per un convegno.

La storia
Aperto dal dicembre 2011, il MKIE è l’ambulatorio popolare più grande di tutta la Grecia, centro pilota e punto di riferimento per tutti gli altri ambulatori. Sono presenti gli ambulatori pediatrico, cardiologico, odontoiatrico e ginecologico, una farmacia e una segreteria,  più alcuni locali deposito, archivio,  smistamento farmaci.

  
La dottoressa Polixeni –  L’ambulatorio cardiologico

In 5 anni sono passati da qui 54 mila persone. Vi lavorano più di 250 volontari tra medici, farmacisti e cittadini comuni. I volontari che si occupano del reparto farmaci sono 53 e somministrano medicinali a 700-800 persone al mese.
Gli specialisti vengono in ambulatorio a turno in base alle richieste, alcuni in un giorno fisso settimanale.  Le offerte di medicinali vengono tutte registrate, così come il nome del donatore che non viene mai reso pubblico. L’ambulatorio non accetta denaro, chiede di comprare i medicinali e di portarli o spedirli .
Polixeni: “I cittadini greci vengono qui con donazioni in denaro, ma noi li invitiamo a ritornare dopo avere acquistato i farmaci. Naturalmente li indirizziamo ad acquistare presso le farmacie che sostengono la nostra realtà. Non facciamo pubblicità ai donatori, ci limitiamo a inviare una lettera di ringraziamento. Ci sono stati ospedali privati che hanno offerto assistenza per il parto e interventi a cuore aperto, e nessuno ha mai saputo il loro nome.”
“Il primo pilastro dell’ambulatorio: No soldi, il secondo: No pubblicità, il terzo: chi fa il volontario lascia fuori dalla porta il suo credo politico. I politici possono anche venire a visitare l’ambulatorio a patto che non ne facciano un uso strumentale. C’è un deputato dermatologo di professione che viene a visitare i pazienti in incognito.”
In passato sono stati fatti molti tagli sulla sanità: la troika aveva imposto il licenziamento dei medici e infermieri con contratto a termine e il divieto di nuove assunzioni. Molti ospedali sono stati chiusi.  Ora il governo cerca di porre rimedio,  ma non tutte le strutture pubbliche sono state riaperte e non ci sono ancora medici e personale infermieristico sufficienti.

   Maritta e una volontaria in farmacia

Il presente
La presenza dei medici volontari degli ambulatori sociali è diminuita dopo che il governo ha varato la legge che restituisce il diritto all’assistenza sanitaria a chi l’aveva persa nel 2011 per le  politiche di austerità. Dal 1° gennaio 2017 l’ambulatorio dirotta molti pazienti alle strutture pubbliche. Le visite ginecologiche per esempio non vengono più fatte, le pazienti vengono  mandate in ospedale. Ma la sanità pubblica non è ancora in grado di coprire tutti i bisogni e l’ambulatorio riceve ancora molte richieste di assistenza gratuita, che sono valutate in base al reddito.
La principale attività dell’ambulatorio attualmente è quella della distribuzione dei farmaci e l’erogazione di visite mediche a chi non ha di fatto copertura sanitaria perché non è in grado di pagare il ticket, o a chi non può attendere i tempi della struttura pubblica.
Vengono inoltre somministrati pannolini, latte in polvere e pappe a 300 bambini ogni mese. In prossimità della scadenza le scorte vengono inviate a due ospedali pediatrici con cui l’ambulatorio collabora.
Non si somministrano farmaci senza ricetta medica. Esiste un sistema di valutazione dei bisogni. Nell’archivio sono conservate le cartelle sanitarie dei pazienti,  in cui compare il reddito o il certificato di disoccupazione. Il paziente che accede per la prima volta all’ambulatorio con prescrizione medica urgente viene subito preso in carico ma successivamente deve produrre un documento che dimostra il diritto all’assistenza. Vengono curati anche immigrati irregolari e i detenuti del vicino carcere, per i quali i poliziotti portano le prescrizioni degli ospedali pubblici quando questi non dispongono dei farmaci necessari.
“I progressi fatti sono una buona cosa”, dice la dottoressa , “ma non si sa fino a quando la sanità pubblica si potrà sostenere, non abbiamo nessuna certezza.”

  Magazzino alimentazione prima infanzia

Autogestione
L’Ambulatorio sociale è laico, indipendente e autogestito. Non riceve aiuti né dallo stato né da enti religiosi.  La gestione è democratica e condivisa. Ci sono diverse commissioni – gruppo organizzazione, gruppo segreteria,  gruppo medici e farmacisti, gruppo comunicazione, relazioni con l’esterno e raccolta fondi – Ognuna ha i suoi rappresentanti in un direttivo che si riunisce periodicamente. Le decisioni importanti si prendono in assemblea plenaria.  C’è anche un gruppo “amici dell’ambulatorio” che organizza mercatini, eventi e altre attività per finanziare le spese correnti. L ‘introito delle attività copre i bisogni di funzionamento della struttura.

Donazioni
Tutti i farmaci e i macchinari provengono prevalentemente da cittadini greci e poi dall’estero. Il 50% delle forniture estere proviene da Germania, Austria e Svizzera. Bisogna tenere presente che in Germania, soprattutto ad Amburgo, vivono molti greci.
A Ginevra è stato organizzato un concerto di solidarietà grazie al quale sono stati raccolti 32 mila euro che sono serviti per acquistare farmaci. In Italia l’ambulatorio conta sull’aiuto di una signora che raccoglie medicinali e li invia con un furgone e poi sulla nostra associazione. Un’azienda produttrice di latte per l’infanzia ha donato tre frigoriferi per la conservazione di medicinali speciali e si fa carico anche della manutenzione, naturalmente senza pubblicizzarlo.

Farmacia
Come è organizzata la farmacia? C’è una stanza dove vengono impilati i pacchi donati, un locale dove vengono controllati tutti i farmaci (data di scadenza, condizioni, tipologia, quantità contenuta nella confezione), una farmacia aperta al pubblico con tutti i farmaci più richiesti disposti in ordine alfabetico e contrassegnati a pennarello con la data di scadenza e un deposito per i farmaci a scadenza molto lontana, quelli usati più raramente o quelli destinati ad altre strutture.

  
Catalogazione e inserimento farmaci negli scaffali del magazzino

E’ stato deciso di non trattare più i tranquillanti dopo la visita della squadra antidroga nei primi tempi dell’apertura. I farmaci oncologici e gli altri farmaci sono inviati ad alcuni ospedali.
L’ambulatorio somministra farmaci ai pazienti a cadenza mensile, non vengono fornite confezioni che coprano un periodo più lungo. I medicinali che scadono li raccoglie una veterinaria che li consegna ai rifugi per animali randagi. L’ambulatorio ha salvato migliaia di animali, due anni fa addirittura un’aquila reale.
I farmaci vengono recapitati anche ai campi profughi su richiesta dei responsabili dei campi, a volte anche gli ospedali pubblici e spesso agli altri ambulatori sociali di Atene e provincia a cui mancano.

  La dottoressa Polixeni e Maritta

Polixeni: “ i greci sono un popolo molto solidale e lo sono ancora, nonostante negli ultimi anni sia cresciuta una nuova casta di ricchi. Quando abbiamo chiesto latte in polvere per i bambini, ne è arrivato talmente tanto che abbiamo dovuto dirottarlo ad altre strutture.”
La mamma di Polixseni, 95 anni, ha partecipato alla Resistenza e dice: “abbiamo fatto nascere lo spirito di solidarietà e adesso vedo che non è morto”.

Ambulatorio Odontoiatrico 
Gianis:  “Prima della crisi il servizio sanitario nazionale garantiva anche le cure dentistiche, ad esclusione degli impianti fissi. I dentisti cercavano di attirare i pazienti nei loro studi privati, mentre agli ambulatori pubblici si rivolgevano solo persone bisognose. Ma con la crisi le cure odontoiatriche son diventate le più richieste presso gli ambulatori sociali. Al  MKIE si alternavano 30 dentisti con turni di 2 ore al giorno ciascuno. Nei primi anni i pazienti erano esclusivamente greci, adesso ci sono molti più profughi (siriani, afghani ecc.) Gli immigrati che si presentano all’ambulatorio hanno bocche completamente “distrutte”, arrivano solo quando insorge il dolore. I centri per gli immigrati li mandano a gruppi dopo una prima selezione. Ci sono anche medici nei campi, ma per gli interventi più importanti e urgenti li mandano al MKIE.
Oggi ai vecchi pazienti ed anche i nuovi si consiglia di rivolgersi al sistema sanitario nazionale. Un tempo, dopo la creazione di altri ambulatori in Atene e provincia, si indirizzavo agli ambulatori che erano situati più vicino al luogo di residenza.”

 L’ambulatorio odontoiatrico

E’ stato Gianis a proporre cinque anni fa al Municipio l’apertura dell’ambulatorio,  ricevendone subito parere positivo. Ma adesso l’area è al centro di un progetto di speculazione edilizia e il MKIE a serio rischio di sfratto.
Tuttavia nessuno ha interesse a danneggiare una realtà così nota che serve a soddisfare i bisogni primari dei cittadini. Per il momento, grazie anche a una forte resistenza popolare, la decisione è congelata.

Con l’augurio che l’ambulatorio possa continuare a svolgere il duo importante compito salutiamo i volontari e ci avviamo verso gli orti.

 ORTI SOCIALI URBANI AGROS
Prendendo a sinistra dell’ambulatorio MKIE si arriva alla recinzione degli orti sociali AGROS situati sempre nell’area della  ex base americana. Sullo sfondo oltre la recinzione ci sono delle costruzioni basse a due piani, che sono state usate in passato per ospitare i profughi.
Gli orti sociali Agros sono un gruppo spontaneo che coltiva ortaggi, patate, pomodori, peperoni,  piante aromatiche ecc. Hanno iniziato la loro attività nel marzo 2011 con 300 persone entusiaste radunate nella sala comunale. Adesso sono una ventina, ma contano sull’aiuto di squadre di giovani woofers provenienti anche dall’estero o dalle scuole, specie nel periodo estivo.
L’acqua per irrigare gli orti è messa a disposizione del Comune e continua a esserlo anche dopo il cambio di giunta.
Il raccolto viene devoluto alle mense per i disoccupati, ai profughi, alle suore di Madre Teresa oltre che alle persone bisognose partecipanti al gruppo.

  
Rita presenta il progetto degli Orti Agros

Ci accoglie Rita, una signora bolognese che vive in Grecia dal 1980. Con lei Ketty, che ha preparato buonissime torte salate e dolci per noi,  Panos e altri volontari.
Pranziamo insieme con le torte di Ketty e con i prodotti dell’orto, seduti in circolo ad ascoltare Rita che ci presenta Agros, nata per far fronte a 4 diverse crisi:

Crisi ambientale: Il primo scopo degli orti sociali di Ellinikò è quello di dimostrare che il terreno di 6 chilometri quadrati su cui sorgono può essere messo a valore senza doverlo cementificare.
La creazione di un parco urbano nell’area si considera una compensazione al consumo di aree verdi dovuto alla costruzione del nuovo aeroporto di Atene.
All’interno del parco una vasta area potrebbe essere riservata agli orti urbani, la cui coltivazione dovrà essere ecologica, senza uso della chimica, e i semi utilizzati non ibridi ma provenienti dalle antiche colture di  varietà locali.
Il gruppo ha appreso le tecniche di coltivazione da un’esperta in agricoltura biologica, che continua ad essere il loro punto di riferimento. Chiedono a chi riceve i loro prodotti di conservare i semi, di riportarli o di ripiantarli. In Grecia sono nate negli ultimi anni molte banche dei semi e ogni anno i coltivatori responsabili si scambiano semi autoctoni nei raduni organizzati a Peliti.
Tre anni fa con un’iniziativa che ha riunito 3 mila persone Agros è riuscito a piantare 1.200 ulivi locali nell’area cintata.  Il sindaco precedente aveva fornito aiuto facendo scavare le buche e portando l’acqua con i camion. Ma dopo la vendita del terreno non è più permesso entrare nell’uliveto, neppure per le cure necessarie. Sono sopravvissuti comunque 800 ulivi.

Crisi economica: Gli orti urbani contribuiscono a creare le condizioni per una economia parallela attraverso processi di partecipazione dei cittadini. L’obiettivo è dare occupazione ai disoccupati e produrre cibo di qualità per i cittadini a basso reddito. Agricoltura di prossimità, liberazione dei prodotti alimentari dalla speculazione e sovranità dei consumatori sono i principi
dell’agricoltura urbana.
Inoltre nell’ex aeroporto ci sono molte strutture vuote che sono state usate temporaneamente per dare rifugio ai profughi. Prevedendo un futuro in cui gli anziani saranno sempre più in difficoltà e molti bambini non potranno più permettersi una vacanza al mare, i movimenti sociali vorrebbero fossero destinate alla popolazione per farci colonie estive, residenze per anziani e strutture per il tempo libero.

Crisi educazionale: Il modello di sviluppo basato sulla cementificazione e sul consumo diseduca e porta alla rovina dell’ambiente.  La società ha bisogno di sperimentare uno sviluppo sostenibile e perciò deve imparare a coltivare e produrre. Cerchiamo di coinvolgere cittadini e scolaresche in un programma di educazione. Regaliamo le piantine o i semi alle scuole e a tutti i cittadini che hanno modo di creare un piccolo orto. Vogliamo insegnare alle nuove generazioni cittadine passive e alienate il rapporto con la terra e con i cicli della natura.

Crisi sociale: Partecipando all’orto autogestito di Ellenikò ci opponiamo in modo attivo al sistema basato sull’individualismo e la frammentazione e sull’eccessivo consumismo. Offriamo il nostro lavoro gratuitamente per il benessere collettivo. Lavoriamo in gruppo, con spirito di cameratismo e di uguaglianza. Lo spirito di gruppo, i sogni comuni e la formazione continua ci danno fiducia nelle nostre capacità. Servono a sperimentare con  pensiero positivo un nuovo modello di economia e ad avvicinare i cittadini alla natura e alla produzione.

  
Pranzo coi prodotti dell’orto 

VISITA ALLA CITTA’

Salutiamo i volontari di Agros e ringraziamo per l’ospitalità. Torniamo in centro col metro e incontriamo la nostra guida turistica Nora, un’energica signora di mezza età che ci fa trottare per la città antica manco fosse una ventenne raccontandoci storia,  aneddoti e curiosità. Vediamo gli edifici più importanti della città : il Parlamento, l’Accademia, l’Università, la Biblioteca  e i siti archeologici dei Fori romani e all’Agorà greca, piazza Monastiraki, Plaka e ritorno in albergo un po’ provati ma pronti per la serata al Pankaki

   

IL CAFFE’ COOPERATIVA “TO PANGAKI”
Situato nel quartiere Koukaki, vicino all’albergo, in via Olimpiou 17, c’è il caffè/taverna “To Pangaki” (la Panchina). Appuntamento con Evghenìa Michalopoulou, una dei fondatori e responsabile delle relazioni.
Ci sistemiamo sul tavolone a noi riservato e cominciano ad arrivare piattini di ogni genere, verdure, pesci, carni e salsine, uno più sfizioso dell’altro. Arriva anche Evghenìa che parla naturalmente greco ma anche un ottimo spagnolo e ci racconta la storia del Pangaki.


Nel 2011 otto persone di diverse età e provenienza che avevano perso il lavoro hanno deciso di mettersi insieme e di aprire un “kafenìo collettivo” in cui tutti lavorano alla pari, le decisioni si prendono insieme e se, pagate le spese e gli stipendi avanza qualche soldo, si reinveste in azioni condivise da tutto il gruppo. Nessuno aveva mai lavorato nella ristorazione, tutti hanno dovuto imparare tutto, dagli acquisti alla cucina all’amministrazione. Oggi sono 11 e grazie all’esperienza acquisita finanziano e formano nuove start-up di giovani e di disoccupati che vogliono iniziare una qualunque attività in forma cooperativa.

  
Evghenia ci offre il rakì

Per l’approvvigionamento dei prodotti di consumo  collaborano con i piccoli produttori o gruppi di produttori locali; servono e distribuiscono i prodotti del commercio alternativo e solidale (caffè delle Cooperative Zapatiste in Messico, zucchero dal Movimento Contadino dei Senza Terra in Brasile…) offrendoli nel kafenìo a prezzi accessibili a tutti.
To Pangkaki ospita anche varie iniziative culturali e funziona anche come spazio aperto per eventi e iniziative che esplorano i mondi dell’ auto-gestione, l’ auto-organizzazione e l’azione diretta. Ha anche scelto di incoraggiare e sostenere la musica libera (Creative Commons di pubblico dominio e produzioni indipendenti senza diritti d’autore).
Il collettivo partecipa alla rete Euromediterranea dell’Economia dei Lavoratori. Il secondo incontro è avvenuto l’anno scorso proprio in Grecia presso la Vio. Me e il terzo si terrà a Milano presso Ri-Maflow.  Salutiamo Evghenia e gli altri e diamo loro appuntamento tra un anno a Milano!

  Senza padroni possiamo!

L’ ACROPOLI E IL NUOVO MUSEO ARCHEOLOGICO
 
Il Partenone e il Teatro di Dioniso

Domenica mattina Nora ci accompagna all’Acropoli  e al nuovo Museo Archeologico. Grazie alla sua guida riusciamo a visitare i monumenti e gustare le opere d’arte collocandoli nella storia, nella mitologia e nella vita quotidiana degli antichi ateniesi.
Vista dall’Acropoli e nuovo museo con vista sull’Acropoli davvero mozzafiato.

    
Nora al Museo Archeologico –  Cariatidi dell’Eretteo

Salutiamo Nora e scendiamo in città, pranzo squisito a base di pesce in una piccola taverna vicino all’albergo e ci avviamo verso il City Plaza Hotel.

L’ HOTEL CITY PLAZA
In via Acharnon 78, nel quartiere Victoria (dove il 30% della popolazione vota Alba Dorata), c’è l’albergo City Plaza, abbandonato da 8 anni, che ospita 360 immigrati dopo essere stato occupato da gruppi della sinistra radicale il 22 aprile 2016.

  
La facciata del City Plaza Hotel e gli spazi comuni all’interno

Parliamo con una delle coordinatrici, Olga Lafazani, una geografa sociale che ha lavorato come ricercatrice al Dipartimento di Antropologia dell’Università di Barcellona prima di imbarcarsi in questa avventura. Interviene anche Giovanni, un giovane torinese, che è qui da novembre e si occupa di immigrati per la prima volta. Dice che ci sono altri volontari italiani.
“Il City Plaza è stato occupato un anno fa dopo la chiusura delle frontiere turche con 60 mila profughi intrappolati in Grecia. Con la sola forza delle donazioni è stato possibile fare ciò che lo stato non vuole fare per una precisa scelta politica: un’accoglienza diffusa e in piccoli numeri, gestita insieme ai profughi, l’opposto degli enormi campi d’accoglienza statali dove i migranti vivono nell’inattività e nell’alienazione. Anche i costi di gestione risultano qui di gran lunga inferiori : solo per il cibo 1 euro al giorno la razione giornaliera pro capite contro i 6/8 euro del servizio mensa delle grandi strutture statali, senza contare le altre spese.
E’ molto importante per il nostro progetto che le persone che sono ospitate partecipino alla gestione degli spazi. Non vogliamo soltanto aiutarle ma coinvolgerle in un lavoro comune. Al momento sono ospitati 360 immigrati provenienti da 8 paesi, una decina di responsabili vivono nell’ hotel e una trentina di volontari internazionali esterni, che si fermano per qualche mese come Giovanni,  collaborano a turno nella gestione. E’ un momento delicato e di accese discussioni perché il ministro dell’interno ha affermato l’altro ieri che tutte le occupazioni devono essere sgomberate.”

  
Olga presenta la struttura, noi seduti al bar ascoltiamo

Nell’ex albergo c’è una mensa per tutti, c’è posto per il gioco dei bambini e ci sono spazi comuni. Su un foglio appeso alla parete leggiamo “Spazio delle donne” – appuntamenti . E’ un locale destinato esclusivamente alle donne, al loro riposo, non sono ammessi né bambini né uomini. Si parla per prendere coscienza dei problemi e per chiacchiere in libertà. E’ il posto dove si può più facilmente parlare di contraccezione. Le donne hanno preparato per l’8 marzo dei cartelli, cucito striscioni e bandiere con i quali hanno partecipato alla manifestazione in occasione del primo sciopero internazionale delle donne.
La compartecipazione e l’autogestione sono molto importanti perché aiutano la gente a responsabilizzarsi, a rendersi autonoma, e a integrarsi più facilmente nel quartiere. Non c’è nessuno che dirige, tutto viene fatto e deciso insieme.

 Alcuni ospiti dell’hotel alla mensa

Ci sono dei gruppi di lavoro e ogni due settimane c’è l’assemblea della casa aperta a tutti gli occupanti. Gli immigrati sono qui per soddisfare le loro esigenze primarie ma intanto si abituano a prendere decisioni e condividerle. “ Dipende molto anche dalla cultura del paese di provenienza: alcuni gruppi capiscono il concetto dell’autogestione, altri no. Quando arrivano all’hotel City Plaza per la prima volta, gli viene subito spiegato come è organizzato il luogo (cucinare insieme, mangiare insieme, occuparsi delle pulizie, delle piccole manutenzioni….). Una signora somala, dopo la spiegazione, ha esclamato: “Come al servizio militare!”. Anche questa è una difficoltà: l’hotel è come un paese di 400 abitanti con culture e lingue diverse. E’ una questione difficile, ma è una sfida interessante.”

  Gli ospiti riverniciano il cancello

Ogni stanza con i suoi occupanti si fa carico a turno delle mansioni necessarie. I turni non vanno sempre lisci, ma questo accade dappertutto. C’è per esempio chi fa più turni degli altri.  Il vicinato all’inizio era ostile. L’occupazione si è inserita in una zona dove l’estrema destra ha molto seguito, ma questo è anche uno dei motivi per i quali è stato scelto questo posto.  Adesso sono benaccetti e qualcuno viene anche ad aiutare.

D: chi vi aiuta rispetto ai conflitti fra i gruppi?
R: finora nessun problema, ma se emergono, cerchiamo di risolverli sul nascere. Conosciamo i nostri limiti: se ci sono persone con problematiche particolari, li rimandiamo agli specialisti all’esterno.
D: da dove vengono, quanto restano e quali progetti hanno?
R: provengono da 8 paesi diversi. Ci sono più donne che uomini. Non mettiamo dei limiti di tempo ma devono rispettare le regole. I siriani in genere vanno altrove perché hanno una legislazione che li favorisce, altri devono fermarsi di più. Vogliono andare tutti via dalla Grecia dove non c’è lavoro, specie chi è qui per motivi economici.
D: che tipo di immigrati sono?
R: non facciamo queste domande. C’è gente in attesa di asilo, altri senza documenti
D: chi aiuta economicamente la vostra realtà?
R: acqua, luce e gas ce li abbiamo, nel senso che non ce li hanno ancora tolti. Facciamo campagne a livello europeo e i soldi che riceviamo ci bastano.
D: cosa fate per i bambini?
R: ospitiamo attualmente 160 bambini. Molti siamo riusciti a farli iscrivere nelle scuole pubbliche. Il ministero voleva creare delle classi separate ma noi siamo riusciti a inserire i ragazzi nelle classi regolari attraverso accordi diretti con le scuole.
D: che rapporti avete con la proprietà e con il Comune?
R: il proprietario è un privato. Ha sporto denuncia nei confronti del ministero perché non provvede allo sgombero.
D: esistono altre realtà simili?
R: ce ne sono altre 8 ad Atene, alcune sono occupazioni di scuole dismesse, ma nessuna è grande come questa. Gli altri centri occupati ospitano in tutto sui 2.000 profughi e ci lavorano 200 volontari. Siamo in rete fra di noi, ma non si tratta di un’organizzazione strutturata.
D: avete avvocati che vi aiutano?
R: abbiamo un gruppo di avvocati e indirizziamo gli immigrati da loro. Abbiamo anche un gruppo legale ad Exarchia che ci sostiene nell’eventualità di uno sfratto.
D: come è la vita quotidiana?
R: Ogni famiglia ha la sua stanza. Ci sono stanze solo per le donne o solo per gli uomini
D: Quanti volontari lavorano al City Plaza?
R: abbiamo 10 attivisti che vivono qui e una trentina che vivono fuori, cerchiamo di ruotare.
D: è prevista l’assistenza medica?
R: Abbiamo un ambulatorio interno, ma se c’è qualche esigenza precisa, indirizziamo le persone a specialisti esterni. I farmaci li riceviamo gratuitamente dagli ambulatori popolari, alcuni farmaci li paghiamo.

  

Giovanni,  torinese, fa parte del gruppo internazionale. Insegna inglese, organizza giochi per i bambini. Oggi li ha portati al parco. Qualche settimana fa è stata organizzata una grande festa con picnic. Ogni domenica si portano i bambini ai corsi di musica organizzati da un altro gruppo. Si cerca di fare rete. Giovanni si occupa anche della distribuzione dei vestiti, partecipa ai turni per preparare i pasti, fare le pulizie, ecc. Si trova bene perché è tutto ben organizzato, ci si integra facilmente.  Dice che qui si impara a costruire “comunità”. Si sente sempre meno volontario e più partecipante.
Salutiamo tutti e lasciamo il posto ad un altro gruppo di visitatori. E’ importante mantenere viva sul City Plaza l’attenzione dei media e diffondere la conoscenza di quello che è diventato un vero modello di accoglienza, per moltiplicare gli aiuti e  per rendere sempre più difficile lo sgombero.

IL QUARTIERE EXARCHIA
Ci spostiamo nel quartiere Exarchia, il quartiere più alternativo di Atene, dove è prevista la cena.  Prima di raggiungere la taverna facciamo un giro nel quartiere, dove convivono degrado e creatività, locali trandy, negozietti artigiani e taverne dove ascoltare musica. C’è anche un ex liceo di Atene occupato da una struttura autogestita che accoglie 120 profughi. Nel cortile i bambini giocano a pallone con i volontari, alle finestre biancheria appesa ad asciugare.
Raggiungiamo la piazzetta Navarrino, un tempo completamente asfaltata e destinata a parcheggio.Un giorno gli abitanti della zona si sono concentrati nella piazza in massa, hanno divelto pietre e asfalto e l’hanno trasformata in un giardino.

     

Oggi è un luogo veramente piacevole, con una parte destinata ad orto urbano, un’area giochi per bambini, delle panche di legno e di pietra, tanti alberi e fiori e un enorme coloratissimo murale.
Cena ottima nella taverna Rosalia, locale turistico tradizionale ma anche solidale, che invia le eccedenze alle strutture sociali e sostiene i centri autogestiti della zona.

VISITA A PLAKA E GITA A CAPO SOUNIO
Lunedì mattina incontriamo Manolis, solo per oggi la nostra bravissima guida, che ci porta a piedi a visitare la città più antica, quella attorno all’Acropoli. Saliamo fin sotto le mura archeologiche al quartiere di Anafiotika, dove magicamente ci troviamo sulle isoledell’Egeo, attorniati da casette bianche e azzurre. Sono le case costruite dagli operai e scalpellini chiamati dall’isola di Anafi (Cicladi) per costruire il palazzo di re Ottone e restaurare i monumenti dell’Acropoli.

   
Uno scorcio di Anafiotika e l’interno dell’Hammam

Poco più giù la prima università di Atene, scendendo ancora l’Hammam di Abid Effendi, recentemente restaurato, visitabile ma non più in uso.

  La strada pedonale D. Aeropagitou 

Alla fine della passeggiata ci aspetta il pulmino che ci porta a capo Sounio. La giornata è splendida, si vedono tutto il golfo Saronico e le isole. Sul promontorio i resti del tempio dedicato a Poseidone circondato da una natura incontaminata e da una vegetazione autoctona singolare. Da qui Egeo, re di Atene, si sarebbe gettato nel mare al quale venne dato il suo nome.

  
Capo Sounio- Tempio di Posidone e paesaggio

Torniamo in albergo estasiati. Salutiamo Manolis e ci prepariamo alla seconda cena al Pangaki dove incontreremo i rappresentanti della Formica (To Mirmìnghi)

TO MIRMINGHI
E’ una struttura di solidarietà situata nel quartiere Kypseli, in via Eptanisiou angolo Tenedou.
Incontriamo al Pangaki – solita atmosfera accogliente e parecchia gente ai tavoli – Teresa e Mauro Vecchiarelli, lui toscano e lei greca che parla un perfetto italiano, che si siedono al nostro tavolo e cominciano subito a raccontare animatamente cosa fa la loro associazione e cos’è il movimento Chorìs Mesàzondes (senza intermediari). Noi raccontiamo animatamente cosa fa la nostra associazione e come funzionano i gas (anche noi senza intermediari- c’è molto in comune!).
La rete solidale To Mirminghi -La Formica- è nata nel 2012 nel quartiere Kypseli per far fronte alla crisi, per aiutare le persone in difficoltà e trovare tutti insieme un modo per sopravvivere dignitosamente. Oggi le persone attive sono circa una ventina e sostengono 500 famiglie. Tutte le decisioni sono prese collegialmente in riunioni periodiche aperte a tutti. La struttura si alimenta attraverso le donazioni dei residenti, le raccolte di cibo davanti ai supermercati, il ritiro dell’invenduto dai forni cittadini. In collaborazione col movimento Chorìs Mesàzondes organizzano mensilmente un mercato dove si compra cibo di alta qualità a basso prezzo. Ogni produttore lascia poi alla Formica il 5% del prodotto venduto da distribuire alle persone bisognose. Distribuiscono anche vestiario, biancheria, scarpe…Organizzano incontri culturali, feste, proiezioni, raccolte di farmaci. Le persone in stato di bisogno sono individuate attraverso interviste e conoscenza personale.

  
I locali della sede di via Eptanisiou

La sede è un piccolo edificio a 2 piani con un ufficio per la redazione delle schede e la distribuzione, 2 magazzini per gli abiti e 2 per gli alimenti. Riceve tre volte la settimana.
Anche questa sera abbiamo conosciuto una realtà interessante, con cui vogliamo rimanere in contatto. Ci salutiamo con un arrivederci.

CUCINA SOCIALE O ALLOS ANTHROPOS
Martedì mattina andiamo a visitare la sede della Cucina di Allos Anthropos in via Platèon 55, nel quartiere Keramikòs.
I locali sono spaziosi, molto puliti e organizzati. C’è una grande sala coi divani, diversi tavoli, una cucina con enormi pentoloni e una dispensa ben ordinata. Qualcuno seduto a un tavolo beve un caffè e chiacchiera.
Ci accolgono i volontari, ci sediamo e subito un ragazzo  ci offre the e biscotti.

   

Kostas Polichronopoulos, il promotore dell’iniziativa , un uomo sulla sessantina dal simpatico sorriso sdentato, barba e berretto nero, si presenta e ci racconta la sua esperienza:
“Nel 2011 ho avviato la mensa popolare da solo. Mi ero stancato di parlare con tutte le associazioni possibili, non si combinava niente. Ero disoccupato da due anni e all’età di 45 anni avevo dovuto tornare a vivere con mia madre. Avevo lavorato per 25 anni nel settore del marketing in cinque aziende diverse. Ero depresso, non uscivo più di casa. Ero abituato ad essere indipendente fin da quando avevo 18 anni e rientrare in famiglia è stato difficile. Volevo fare qualcosa e siccome mi trovavo al mercato comunale, mi è venuta l’idea di provare col cibo. Mio padre raccontava che quand’era giovane, ogni domenica la gente portava in cortile ciò che aveva e si pranzava tutti insieme accogliendo a tavola anche persone sconosciute. Ho deciso di farlo anch’io, ma per la strada. Ho chiesto un pentolone e un fornello ad una mensa per poveri. “Voglio cucinare per la strada”, dico a mia mamma: “quanti soldi hai?”, risponde lei: “4 euro”. Li ho presi e sono andato al nercato di Exarchia. Mi sono piazzato fra due bancarelle e ho chiesto una patata a un venditore. “Perché?”, “devo fare da mangiare per me, per te e per chi passa”, “ma con una patata?”, “una la chiedo a te, una la chiedo a un altro e una ad un altro ancora”. Quando ho spiegato quello che volevo fare, quel venditore mi ha dato un sacco di patate, e alla fine anche dalle altre bancarella è arrivata un sacco di roba. Qualcuno si è offerto di aiutarmi. La gente ci guardava stupita mentre pelavamo le patate. “Posso aiutare?”, chiedeva qualcuno.

  Ci chiamiamo “L’altro uomo” proprio per questo, perché tutte queste persone andavano e venivano lasciandoci l’aiuto che ci avevano dato. Quel giorno abbiamo fornito un pasto a 50 persone. Da allora riceviamo aiuto solo dalle persone, col passaparola. Basta informarla e la gente è disposta ad aiutare. La nostra non è una mensa, non è filantropia o carità. E’ un pranzo d’amore e di comunicazione con i nostri simili. E’ solidarietà. La differenza fra filantropia e solidarietà è enorme. La filantropia ti guarda dall’alto in basso, la solidarietà è orizzontale. Io cucino e mangio quello che preparo per l’altro. Siamo alla pari. Nessuno ama essere commiserato, tutti vogliamo essere rispettati.
Il nostro gruppo non è legalmente riconosciuto. Non facciamo pubblicità a chi ci aiuta, sia che si tratti di un privato che ci porta parte della spesa che ha fatto al supermercato o che si tratti di una grande azienda che ci dona un bancale di prodotti. Questo vale anche per i partiti politici, a parte i fascisti da cui non accettiamo niente.”

  
Kostas racconta e Makis traduce per tutti

Questo spazio è aperto dal 2014 a accoglie chiunque: chi vuole può venire a fare colazione. Ci sono anche postazioni internet. Pagano 500 euro d’affitto al mese, che provengono dalle donazioni. Organizzano  ripetizioni per i ragazzi del quartiere e una volta mese visite oculistiche. Hanno anche un servizio legale con 3-4 avvocati volontari per le persone che hanno problemi con la legge o sono sotto sgombero. Proiettano filmati per i bambini e un giorno alla settimana  per gli adulti. C’è anche un gruppo teatrale.
Il cibo si prepara al momento, per la strada,  tutto quello che si può cucinare in una pentola e che è disponibile in dispensa.  Oggi, per esempio, c’è zuppa di fagioli, destinazione Monastiraki. “ In Grecia c’è una legge che proibisce che si cucini per la strada per le altre persone, mentre non è proibito farlo per sé. La polizia mi ha fermato tante volte e ogni volta ho chiesto: “E’ proibito cucinare per se stessi?”, “no”, “io cucino per me, mangio tanto e non ho cartelli. Se qualcuno si ferma a mangiare con me va bene”.
Dal 2011 ad oggi le cucine sociali sono diventate 17, di cui 10 soltanto in Atene. Ogni quartiere ha la sua attrezzatura, ma tutto il cibo viene preso da questo centro. Se qualcuno vuole impiantare una cucina, viene qui, impara vedendo come si fa e la prima volta va qualche volontario sul posto per aiutarlo.

  La cucina

In Grecia 40 volontari fissi di Allos Anthropos lavorano 365 giorni all’anno con l’aiuto saltuario di altre persone del quartiere.“Abbiamo somministrato finora 2 milioni e mezzo di pasti. Nel 2015 il parlamento europeo mi ha chiamato per consegnarmi un premio come migliore cittadino europeo (ne danno 2 all’anno). Ho rifiutato il premio perché non mantengo contatti con le istituzioni: quelli che hanno distrutto il mio paese con le loro politiche volevano premiarmi! Ho risposto che non avrei accettato il premio ma che sarei andato comunque per spiegare i motivi del mio gesto. Loro non volevano ma io sono andato lo stesso. Ci sono andato insieme a Vichas (del MKIE) a spese nostre e abbiamo convocato una conferenza stampa in una sala fuori dal parlamento. C’erano tantissimi giornalisti di paesi diversi, è stato fatto anche un video. Naturalmente non ci opponiamo solo al sistema politico, ma anche a quello economico. Noi siamo di ostacolo ai loro interessi. Per esempio, fanno i bandi per i profughi per fornire 1,7 milioni di pasti. Una ong chiedeva 8 milioni di euro per questo servizio, io con le mie cucine potrei farlo per 2 milioni e ho presentato un’offerta. La risposta è stata: non avete forma giuridica. La solidarietà viene strumentalizzata ed egemonizzata dalle istituzioni. Fanno quello che possono per escludere realtà come la nostra per due motivi: 1) gli interessi 2) il timore che unendosi il popolo renda palese che non c’è alcun bisogno delle istituzioni. La chiesa è un’altra arma dello stato contro di noi. Anch’io sono credente ma la fede è un’altra cosa, io credo nell’Uomo.”


Salutiamo Kostas con un abbraccio, ma prima di uscire facciamo una fotografia tutti insieme aggrappati a un remo, il mestolone che porta il nome “Remo della speranza”, infilato al centro di un grande pentolone vuoto, ben pulito, pronto per essere utilizzato.

E’ ora di partire, cinque taxi ci stanno raggiungendo davanti all’albergo per portarci all’aeroporto.

 

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